Presentazione il 21 gennaio alla Casa della Contadinanza del Castello di Udine

Lotta all'effetto serra e alla desertificazione, al via progetto dell'Ateneo finanziato dall'UE

Grazie alla ricerca applicata e all’utilizzo sperimentale del carbone vegetale

Contribuire, grazie all’utilizzo del carbone vegetale o biochar, alla lotta contro l’effetto serra e i processi di desertificazione in Africa. È l’obiettivo di un innovativo progetto di ricerca e trasferimento tecnologico del valore di un milione di euro, il primo in questo settore finanziato dall’Unione europea, promosso dal dipartimento di Scienze agrarie e ambientali dell’università di Udine. Il progetto riguarda, da un lato, la ricerca applicata e l’utilizzo sperimentale del biochar in Ghana, Togo e Sierra Leone, dove la desertificazione dei suoli è particolarmente accentuata. Dall’altro, punta a verificare le potenzialità per l’agricoltura e per l’ambiente nella mitigazione dell’effetto serra. Il biochar, infatti, distribuito nei suoli agricoli e forestali ne aumenta la fertilità e, contemporaneamente, riduce l’effetto serra accumulando l’anidride carbonica (CO2), principale causa del riscaldamento terrestre, nel suolo.
 
L’iniziativa, denominata Bebi (Benefici per l’agricoltura e per l’ambiente derivanti dall’utilizzo del Biochar nei paesi ACP-Africa, Caraibi, Pacifico), prenderà il via con il meeting che inizierà mercoledì 20 gennaio alle 10 presso la Casa della contadinanza del Castello di Udine. L’incontro proseguirà giovedì 21 e venerdì 22 presso il dipartimento di Scienze agrarie e ambientali, in via delle Scienze 208 a Udine. Il progetto è finanziato dal programma europeo “ACP Science and Technology Programme” tramite il nono Fondo europeo di sviluppo.
 
Il carbone vegetale è il prodotto di un processo di combustione lenta (pirolisi) delle biomasse vegetali in assenza di ossigeno. La pirolisi è l’unica tecnologia in grado di produrre energia a bilancio negativo di emissioni di anidride carbonica. Infatti, per ogni unità di energia prodotta, cattura dall’atmosfera molecole di CO2. Questo processo è utilizzato da centinaia di anni per la produzione di carbone vegetale o carbonella. Consente di ottenere un gas dall’elevato contenuto energetico e, contemporaneamente, un prodotto dalle notevoli potenzialità fertilizzanti e con un considerevole contenuto di carbonio di origine vegetale.
 
Nei paesi africani, l’adozione della tecnologia della pirolisi, in particolare per le comunità rurali, rappresenterebbe anche una valida alternativa alla deforestazione. Il combustibile necessario per la produzione di biochar può infatti essere costituito anche da residui agricoli, non necessariamente da legna, limitando pertanto la necessità di disboscare e incrementando invece la riforestazione e il recupero di suolo impoverito. Stufe e fornelli a pirolisi saranno introdotti al posto dei tradizionali fornelli a fiamma libera con ulteriori vantaggi per la qualità dell’aria riducendo le polveri sottili, la principale causa di inquinamento nei paesi africani.
 
Il progetto si propone, inoltre, di agire quale spin-off per piccole e medie imprese locali in grado di produrre stufe pirolitiche, sviluppare le filiere di accumulo di carbonio nei suoli e commercializzare crediti di carbonio per i mercati volontari delle emissioni.
«L’interesse per il carbone vegetale – spiega il professor Alessandro Peressotti, coordinatore del team che lavora al progetto – è stato evidenziato anche durante la conferenza quadro sui cambiamenti climatici a Copenaghen, rinforzando le iniziative di ricerca e sviluppo che l’ateneo udinese promuove in Europa e nel mondo per l’implementazione di filiere di produzione di energia e calore ad accumulo di anidride carbonica». Il gruppo di ricerca guidato da Alessandro Peressotti è composto da Gemini Delle Vedove, Giorgio Alberi, Costanza Zavalloni, Ilaria Inglima, Guido Fellet, Giuseppe De Simon e Liu Jie.
 
Partecipano al progetto l’Istituto di biometeorologia del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr) di Firenze, le università africane di Njala (Sierra Leone), Lomé (Togo) e Cape Coast (Ghana) e le organizzazioni non governative “Sauve Flore” del Togo, “CORD” della Sierra Leone e “ASA Initiative” del Ghana.

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