Oltre 200 partecipanti al forum convocato all’ateneo friulano

Nasce il “Manifesto Friuli 2026” per costruire un sistema di resilienza territoriale

Insieme Regione Friuli Venezia Giulia, Università di Udine, professioni tecniche

Costruire un sistema coordinato di resilienza territoriale che copra l’intero ciclo di gestione dei rischi di disastro: dalla previsione alla prevenzione, dalla preparazione alla risposta fino al recupero. Una rete di supporto alla pubblica amministrazione che attualizzi il raccordo tra la Regione Friuli Venezia Giulia e le professioni tecniche, nato dopo il terremoto del Friuli del 1976, con al centro il ruolo della Protezione civile. È l’obiettivo del “Manifesto Friuli 2026. Fare sistema per costruire la resilienza territoriale” sottoscritto, oggi, all’Università di Udine, dall’Ateneo, dalla Regione Friuli Venezia Giulia e dai rappresentanti del mondo delle Professioni tecniche. È stato approvato al termine di un forum con oltre 200 attori coinvolti nei processi tecnico-decisionali e operativi in caso di crisi.

I lavori sono stati introdotti da un messaggio del presidente della Regione Friuli Venezia Giulia, Massimiliano Fedriga, dal rettore dell’Università di Udine, Angelo Montanari, dal delegato dell’Ateneo per la sede di Gemona del Friuli, Andrea Cafarelli, e dall’assessore regionale alla Protezione civile, Riccardo Riccardi, ha anche svolto le considerazioni finali.

Sono, inoltre, intervenuti, fra gli altri: per l’Ateneo, il titolare della Cattedra Unesco in Sicurezza intersettoriale per la riduzione dei rischi di disastro e la resilienza, Stefano Grimaz, e la delegata dell’ateneo per i rapporti con il territorio e la valorizzazione delle conoscenze, Elena D’Orlando; il direttore centrale della Protezione civile regionale, Amedeo Aristei, e Diego Carpenedo, componente dei Gruppi tecnici per la ricostruzione del Friuli.

Gli impegni del Manifesto

Il Manifesto è articolato in quattro parti: il preambolo, l’appello, i dieci principi guida, l’impegno all’azione. L’impegno fondamentale assunto con il documento è quello di superare l’approccio settoriale. Il rafforzamento della resilienza territoriale richiede, infatti, una “squadra” multidisciplinare capace di gestire rischi interconnessi e a cascata. A questo scopo nasce la figura del “Technical resilience advisor”. Uno specialista chiamato a operare sia nei processi di decisione pubblica, sia a supporto degli enti locali, le realtà più vulnerabili in caso di calamità. Ma anche a supporto degli operatori economici e dei cittadini nell’ambito di una azione sistemica coordinata. Alla formazione del “Technical resilience advisor” saranno dedicati specifici percorsi formativi della Scuola laboratoriale sulla resilienza per lo sviluppo sostenibile “Uniud ResilHub” dell’Ateneo friulano, cha ha sede a Gemona del Friuli. In questo quadro le professioni tecniche saranno parte integrante del sistema e di uno specifico Laboratorio intersettoriale per la resilienza territoriale coordinato dalla Regione con la direzione scientifica dell’Università di Udine.

Il forum

Durante il forum sono stati analizzati e confrontati gli approcci tecnico-scientifici sulle strategie di prevenzione degli eventi critici e di supporto nelle fasi post traumatiche. In particolare, affrontando sia le attività di prevenzione, come la valutazione dei rischi, la pianificazione, la progettazione e la realizzazione di opere di difesa e di riduzione dei rischi. Sia le fasi post-evento critico, come la valutazione dei danni, la realizzazione di opere di messa in sicurezza e il “ricostruire meglio” (build back better).

Gli interventi

«Il Manifesto – ha sottolineato il rettore Angelo Montanari – sancisce un’alleanza strategica con tutti gli attori coinvolti, in primis la Regione e le professioni tecniche, per rafforzare la resilienza territoriale a salvaguardia della popolazione e delle infrastrutture civili e pubbliche. L'Ateneo contribuirà in maniera sostanziale alla formazione di figure specializzate di alto profilo che potranno costituire l'architrave di un sistema coordinato di prevenzione degli eventi critici e di supporto nelle fasi post crisi a supporto dell'azione di protezione civile. Mai come quest’anno, cinquantesimo anniversario del terremoto del Friuli, il Manifesto rappresenta simbolicamente e nella concretezza degli atti l’essenza del perché è nata l’Università di Udine: contribuire allo sviluppo civile, culturale, sociale ed economico del territorio».

Massimiliano Fedriga (messaggio integrale). «Desidero rivolgere a tutti voi un cordiale benvenuto e ringraziarvi per l’invio a questo evento. Questo forum rappresenta un momento importante di confronto fra istituzioni, professionisti e mondo accademico su un tema che fa parte della nostra storia e della nostra identità. Quando parliamo di prevenzione, di gestione del rischio e di ricostruzione dopo una calamità il pensiero va inevitabilmente all’esperienza del terremoto del 1976. A cinquant’anni da quel sisma la nostra comunità ha saputo trasformare una ferita profonda in un modello nazionale e internazionale di ricostruzione, sviluppo e futuro.

«Abbiamo dato vita a un modello fondato sulla capacità dei friulani di reagire che si è tradotta in una forte collaborazione tra comunità locali, pubblica amministrazione, professioni tecniche e sistema della conoscenza. Il Modello Friuli.

«Non soltanto un esempio efficace di ricostruzione, ma soprattutto un metodo di lavoro basato sulla responsabilità, sulla competenza e sulla capacità di fare squadra. Si tratta di un patrimonio che conserva ancora oggi una straordinaria attualità e che può offrire indicazioni preziose per affrontare sfide sempre più complesse legate ai cambiamenti climatici, alla sicurezza dei territori e alla gestione delle emergenze.

«Ed è proprio per questo che l’eredità del terremoto del ’76 rappresenta il fondamento di una vera e propria cultura della resilienza, costruita nel tempo e continuamente aggiornata. Il valore di questo forum sta proprio nella possibilità di mettere a confronto esperienze, competenze, professionalità e punti di vista diversi. Dalla valutazione dei rischi, alla pianificazione degli interventi, dalla progettazione delle opere di difesa fino all’attività di supporto nelle fasi successive a un evento, dalla stima dei danni alla messa in sicurezza e alla ricostruzione.

«L’obiettivo non è guardare al passato, ma valorizzare quanto abbiamo imparato per affrontare il futuro con maggiore consapevolezza e preparazione. In questo senso il modello sviluppato in Friuli dopo il ’76 deve essere costantemente aggiornato e rafforzato per mettere a sistema competenze e capacità operative al servizio della comunità. Rafforzare la resilienza dei territori significa, infatti, investire nella prevenzione, nella preparazione e nelle capacità di fornire risposte.

«Significa creare un rapporto sempre più stretto tra istituzioni e professionisti affinché le competenze tecniche possano diventare un elemento strategico a supporto delle decisioni pubbliche e della sicurezza della comunità stessa. È questa la lezione che il Friuli continua a offrire: trasformare una esperienza difficile in una capacità concreta di costruire il futuro, con pragmatismo, competenze e visione. Con questo spirito auguro a tutti voi buon lavoro e un proficuo confronto. Grazie».

Per l’assessore regionale Riccardo Riccardi, «questa è una delle giornate più importanti che la Regione ha voluto organizzare, proprio con l’Università i Udine, per il cinquantesimo anniversario del terremoto». Riccardi ha espresso gratitudine, fra gli altri, all’Ateneo, al sistema professionale e a Diego Carpenedo, che ha definito «uno dei protagonisti istituzionali del tempo». Citando l’allora presidente della Regione Antonio Comelli, l’assessore ha sottolineato lo «straordinario fascino e attualità» di quella che, secondo Comelli, è stata una delle lezioni fondamentali del modello Friuli, e cioè «la valutazione della soluzione più conveniente». Questo significa, ha detto Riccardi, «tenere legittimamente conto del punto di vista economico finanziario e di costo, ma anche del costo sociale. Il fatto di aver deciso di realizzare la ricostruzione con quella metodologia – ha evidenziato l’assessore – significa aver valutato anche l’impatto sulla vita delle persone, cioè sulle “radici”, sui modelli di vita, sulle abitudini, sulle tradizioni e sui valori. A questa lezione di straordinaria attualità – ha concluso Riccardi – dobbiamo ora unire l’elemento della ricerca e della scienza, compito dell’università, che ci mette a disposizione diversi modelli più evoluti e avanzati, che si devono incontrare con l’elemento professionale, cui spetta il compito di “metterli a terra”». (sg)