Al lavoro un team del Dipartimento di Scienze agroalimentari, ambientali e animali
Il clima si gioca anche nei prati, rivalutata l’importanza da uno studio internazionale con l’Ateneo
Rivista al rialzo la stima dello stoccaggio di carbonio: 155 miliardi di tonnellate nei primi 30 centimetri di suolo, rispetto alle 92 tonnellate della precedente valutazione. Rivista anche l’estensione globale, il 22% del pianeta, pari a 30 milioni di chilometri quadrati. In Friuli Venezia Giulia le praterie sono il 7% della superficie, pari a 540 chilometri quadrati
Le praterie giocano un ruolo fondamentale nella regolazione climatica. Lo ribadisce una ricerca internazionale cui ha contributo l’Università di Udine. Lo studio mostra che i suoli delle praterie immagazzinano quantità di carbonio molto maggiori rispetto a quanto indicato dalle stime precedenti. I nuovi calcoli portano lo stock di carbonio nei primi 30 centimetri di suolo a oltre 155 miliardi di tonnellate, rispetto ai 92 miliardi precedentemente stimati. Un risultato che rafforza il ruolo delle praterie come uno dei principali serbatoi di carbonio del pianeta.
La ricerca, pubblicata su “Nature ecology & evolution”, ha coinvolto oltre 150 esperti di università e istituti di ricerca di 60 Paesi in sei continenti ed è coordinata da University of Guelph (Ontario, Canada). L’Ateneo friulano vi ha lavorato con un gruppo di ricerca del Dipartimento di Scienze agroalimentari, ambientali e animali coordinato da Francesco Boscutti.
«I prati naturali del pianeta – sottolinea il professor Boscutti, docente di Botanica ambientale e applicata – sono molto più importanti per il clima di quanto si pensasse finora».
I dati generali
Dallo studio emerge quindi una nuova stima globale che ridisegna la geografia delle praterie. Questi ecosistemi coprono circa il 22,8% delle terre emerse (in precedenza ampiamente sovrastimato con oltre il 40% della superficie), pari a oltre 30 milioni di chilometri quadrati. Una superficie enorme, spesso invisibile nei modelli climatici, ma fondamentale per il funzionamento del sistema terrestre.
In regione
In Friuli Venezia Giulia le praterie coprono circa il 7% della superficie, pari a circa 540 chilometri quadrati. Tra queste si distinguono, ad esempio, l’esteso complesso dei magredi del Meduna e del Cellina e le ampie praterie alpine situate al di sopra del limite degli alberi. In generale, la superficie complessiva è in rapida contrazione: in pianura, a causa della conversione dei prati in aree agricole o urbanizzate, e in montagna per l’abbandono delle attività zootecniche.
«In questo senso – spiega Francesco Boscutti –, sia lo sfruttamento intensivo del territorio sia, paradossalmente, l’assenza dell’attività umana, come il venir meno delle pratiche agricole tradizionali in montagna, contribuiscono a generare uno squilibrio che richiede interventi mirati per essere riequilibrato».
Soluzioni non scontate
Lo studio evidenzia inoltre un aspetto cruciale per la gestione del territorio: non tutte le strategie climatiche devono puntare sulla riforestazione. In molti casi, trasformare praterie naturali in boschi può ridurre la biodiversità e alterare equilibri ecologici consolidati, senza garantire reali benefici climatici. La conservazione e la gestione sostenibile dei prati esistenti emergono quindi come una soluzione efficace, spesso sottovalutata.
Perché questo studio
La ricerca mostra come le praterie siano state a lungo sottostimate, o classificate in modo errato, grazie all’analisi critica delle mappe satellitari utilizzate per stimare la distribuzione dei grandi ecosistemi terrestri. Inoltre, con il lavoro di una vasta rete internazionale di scienziati è stato possibile validare i dati satellitari con osservazioni dirette sul terreno, basate su una conoscenza approfondita degli ecosistemi locali. Il contributo dell’Università di Udine si inserisce in questo sforzo scientifico collettivo che valorizza la conoscenza diretta del territorio. Proprio la mancanza di dati validati localmente è indicata dagli autori come una delle principali cause degli errori nelle mappe globali, con conseguenze dirette sulle politiche ambientali e climatiche.
«In un’epoca in cui le decisioni ambientali globali si basano sempre più su dati satellitari e modelli automatici – evidenzia Boscutti –, la ricerca lancia un messaggio chiaro: la tecnologia, senza il supporto della competenza scientifica locale, rischia di offrire una visione parziale del pianeta. Ed è proprio in questo dialogo tra scala globale e conoscenza del territorio che il contributo dell’Università di Udine assume un valore strategico». (sg)



