Studio svolto per la Regione e presentato a Palazzo Antonini-Belgrado a Udine

L’impatto della pandemia sulle vite dei cittadini del Friuli Venezia Giulia

I risultati dell’indagine di Cristina Marcon, borsista di ricerca del dipartimento di Scienze giuridiche e collaboratrice del Comitato unico di garanzia dell’Università di Udine

Cristina Marcon

Gli effetti della pandemia sui cittadini del Friuli Venezia Giulia sono stati studiati dall’Università di Udine in una indagine svolta da Cristina Marcon, borsista di ricerca del dipartimento di Scienze giuridiche (Disg) e collaboratrice del Comitato unico di garanzia per le pari opportunità (Cug). La ricerca, intitolata “Salute, stili di vita e benessere. L'impatto della pandemia da Covid-19 in Friuli Venezia Giulia”, è stata presentata sabato 30 giugno a Palazzo Antonini-Belgrado a Udine.

Erano presenti fra gli altri, il vicepresidente della Regione Friuli Venezia Giulia con delega alla Salute, Riccardo Riccardi; il presidente del Consiglio regionale, Piero Mauro Zanin; il prefetto di Udine, Massimo Marchesiello; la presidente della Commissione regionale per le pari opportunità, Dusy Marcolin; la vicepresidente di Confindustria Anna Mareschi Danieli; la presidente del Cug dell’Ateneo friulano, Valeria Filì supervisora del progetto di ricerca, e l’autrice dello studio.

Il lavoro era stata commissionato all’Università di Udine dalla Commissione regionale per le pari opportunità, grazie al sostegno di Confindustria. Il questionario ha analizzato la percezione della popolazione che vive, studia o lavora in regione in merito al proprio stato di salute, al livello di benessere, allo stile di vita, alle problematiche lavorative, al work-life balance, nel periodo che va dalla dichiarazione dello stato di emergenza (31 gennaio 2020) fino ad aprile 2022.

Due gli obiettivi finali: conoscere quello che pensa la popolazione locale per consentire al decisore politico l’eventuale adozione di politiche o misure ritenute utili per tutelare e migliorare la qualità della vita e il livello di benessere in regione; aumentare il livello generale di attenzione sulle diseguaglianze di genere tramite campagne di in/formazione e/o sensibilizzazione.

Il questionario è stato somministrato dal 21 ottobre 2021 al 21 aprile 2022 tramite link inviato al personale della Regione Friuli Venezia Giulia, alla comunità universitaria dell’Ateneo friulano, a imprenditori e lavoratori tramite Confindustria e sindacati.

La progettazione della ricerca ha coinvolto, oltre a Filì e Marcon, altri due professori dell’Università di Udine, Maria Cristina Nicoli, docente di Scienze e tecnologie alimentari, e Carlo Pucillo, docente di Patologie generale e direttore del Laboratorio di immunologia del dipartimento di Area medica.

Le domande inserite nel questionario sono state 73, di cui la maggior parte a risposta multipla e solo alcune aperte. Hanno risposto 841 persone, di cui 611 (72,65%) femmine e 230 (27,35%) maschi.

Dall’analisi è emerso che il livello di istruzione delle persone che hanno accettato di rispondere, senza evidenti differenze di genere, è medio alto: il 36.74% ha dichiarato di avere il diploma di maturità e il 41.85% il diploma di laurea.

Riguardo la professione svolta, la grande maggioranza del campione, pari al 76.69%, ha dichiarato di essere lavoratore/lavoratrice dipendente, senza rilevanti distinzioni di genere. Il questionario non ha suscitato l’attenzione da parte di studenti/esse che rappresentano solo il 9.16% del totale.

Il campione ha dichiarato le proprie condizioni di salute essere “molto buone”, per il 31.27%, e “buone”, per il 44.71%. Questo è stato confermato anche dalle successive domande sull’essere o meno affetti da una o più patologie croniche tali da ostacolare il vivere quotidiano. Stando ai dati, non ci sono stati particolari problemi sia per gli uomini sia per le donne nell’approvvigionamento dei farmaci.

Per quanto riguarda le visite e interventi, anche in questo caso non sono stati lamentati particolari problemi, anzi, il 63.5 % ha risposto di non essersi trovato nella situazione di dover riprogrammare visite mediche.

Per quanto riguarda il rapporto con il medico di base non si ricava l’esigenza di interpellarlo: il 49.35% ha dichiarato di non aver avuto bisogno di rassicurazioni o di essere seguito/a dal proprio medico. Tuttavia il 31.39% ha messo in luce come questa figura sia stata un punto di riferimento (seppure a distanza) anche nel periodo più difficile della pandemia. Questo è confermato anche dalla risposta alla domanda: “ti sei sentito/a abbandonato/a dal tuo medico di base” a cui il 43.28% di entrambi i generi ha dichiarato di aver potuto contare su questa figura professionale.

I risultati hanno mostrato come i livelli di stress siano stati molto diversi tra uomini e donne, con una maggiore propensione di queste ultime a manifestare stati di ansia e malessere generale: 50.34% delle donne contro il 37.44% degli uomini.

I periodi di lockdown hanno però inciso su entrambi i generi andando a modificare in particolare l’attività fisica (65.76%), gli hobby (43.52%) e il regime alimentare (35.2%). Tuttavia, le donne (50.85%) hanno manifestato una capacità di resilienza maggiore rispetto agli uomini (42.92%). Le donne hanno dichiarato, infatti, di aver saputo gestire l’ansia senza che questa influisse negativamente sulla loro vita attraverso la meditazione, lettura e pensiero positivo.

Quando si sposta l’attenzione sullo stile alimentare si evince come le donne abbiano modificato le loro abitudini tanto quanto gli uomini. Il 43.64% del totale ha cambiato la propria dieta introducendo più pane, pasta, pizza e derivati, prodotti dolciari e il 58.26% ha iniziato ad acquistare saltuariamente prodotti alimentari confezionati da terzi.

Il vivere la cucina e il cibo come sfogo e/o passatempo è confermato anche dalle risposte alle domande aperte dalle quali emerge un grande aumento della produttività in cucina di cibi complessi a discapito di quelli sani, anche da parte del campione femminile (68.14%). Questa tendenza si conferma anche nella ammissione massiva di uomini e donne di non aver seguito pratiche salutari (75.15%). Da questo si deduce, e il questionario lo conferma, che al termine del lockdown, più donne 42.20%) hanno notato un aumento del proprio peso corporeo rispetto agli uomini (36.53%). Tuttavia, è da evidenziare come il cibo per entrambi i generi sia diventato un momento di condivisione con tutta la famiglia (40.43%).

Con riguardo all’attività motoria, entrambi i generi hanno confermato che prima dei lockdown praticavano attività fisica (52.56%), ma che successivamente hanno modificato il proprio stile di vita diminuendola. Tuttavia, in relazione a quest’ultimo dato, si sottolinea come gli uomini (40.64%) abbiano diminuito maggiormente la loro attività fisica rispetto alle donne (solo il 33.90%).

Per entrambi i generi si sottolinea come il movimento fatto in casa (attrezzi, yoga, pilates, ecc.) abbia comunque costituito per molti una valvola di sfogo per eliminare lo stress (53.27%).

Il dato relativo all’abitazione dimostra come il campione che ha risposto al questionario disponga in larga parte (61.83% del totale) di una abitazione con più di tre vani e ritenga adeguata la propria casa anche per i periodi di lockdown (78.12%). Uomini e donne dichiarano la disponibilità di accesso a un giardino privato (57.43%) o a un terrazzo (36.15%).

Questi dati confermano che le persone che hanno risposto al questionario si collocano a un livello economico medio-alto.

Il quesito relativo allo smart working è stato poco considerato dalla maggioranza del campione: infatti, il 74.2% non ha voluto esprimere un giudizio.

Il quesito concernente la convivenza durante l’emergenza mette in luce il fatto che la maggioranza del campione (84.9%) non viveva da single. Anzi, dalle risposte alla domanda aperta si capisce che il gruppo familiare comprendeva per la gran parte più di due persone. Nonostante i periodi di chiusura e la relativa convivenza forzata, viene dichiarata una generale stabilità dei rapporti e delle relazioni all’interno dell’ambito domestico (53.63%), con un grado di coesione rimasto invariato (59.1%).

Il questionario non ha rilevato molti casi di violenza domestica, anche se è da sottolineare la diversa percezione del fenomeno tra i generi. Per gli uomini non ci sono stati episodi, mentre tra le donne emergono 7 casi di violenza e solo 3 donne hanno dichiarato di aver potuto chiedere aiuto. Anche se da un punto di vista statistico questo rappresenta l’1.19% è comunque un dato importante e che deve far riflettere.

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