Dopo un anno di lavoro i ricercatori dell’Università di Udine esporranno gli studi

Ricerca e territorio, sinergia Ateneo–Fondazione Friuli: invecchiamento attivo, agroalimentare, robotica collaborativa

I risultati di 3 progetti interdisciplinari finanziati dalla Fondazione: il 5 maggio, alle 15.30, a palazzo di Toppo Wassermann

Il rapporto tra invecchiamento attivo e fragilità negli anziani, l’azione protettiva della salute svolta dalla mela e i suoi sottoprodotti, gli sviluppi e le applicazioni industriali della robotica collaborativa. Sono i tre progetti di ricerca interdisciplinare dell’Università di Udine, finanziati dalla Fondazione Friuli, che dopo un anno di lavoro presenteranno i primi risultati giovedì 5 maggio, alle 15.30, nella sala Pasolini di palazzo di Toppo Wassermann (via Gemona 92, Udine). L’incontro si aprirà con i saluti del rettore, Roberto Pinton, e del direttore della Fondazione Friuli, Luciano Nonis. Seguiranno le presentazioni dei risultati delle ricerche. L’evento sarà trasmesso in streaming.

Il progetto sull’“Invecchiamento attivo” vedrà l’introduzione del coordinatore, Gianluca Tell. Seguiranno gli interventi dei responsabili dei vari segmenti disciplinari della ricerca: Sonia Calligaris, Patrizia Quattrocchi, Claudia Di Sciacca, Valeria Filì, Laura Rizzi, Laura Pagani, Alessandro Cavarape, Lorenza Driul, Lauro Snidaro. Il progetto si è focalizzato su una serie di iniziative mirate a trovare risposte a una serie di domande aperte sulla fragilità negli anziani, affrontando il tema a 360 gradi. «Il significato di fragilità – spiega Tell – si riferisce alla maggiore vulnerabilità delle persone anziane, ma poiché la fragilità non è una conseguenza inevitabile dell'invecchiamento, può essere impedita per favorire una vita più lunga e più sana». La fragilità è un importante problema di salute pubblica nella nostra società che può essere affrontato in modo efficace solo attraverso un approccio interdisciplinare. «Ma per fare ciò – evidenzia Tell –, è necessario creare consapevolezza nella società civile in generale e specificamente nei responsabili politici, nei pazienti, nei prestatori di assistenza informale, negli operatori sanitari e nei ricercatori sulla rilevanza e la necessità di agire su questo tema». La ricerca interdisciplinare si è avvalsa delle competenze di docenti degli otto dipartimenti dell’Ateneo: da quelle socio-economico-giuridiche, a quelle linguistico-umanistiche, delle scienze alimentari come degli ambiti biomedico e ingegneristico-informatico.

La ricerca sull’agroalimentare, chiamata “Il tempo della mela”, verrà presentato dalla coordinatrice Maria Cristina Nicoli. Prenderanno poi la parola i responsabili dei diversi settori del progetto: Nicola Gasbarro, Lara Manzocco, Marilena Marino, Patrizia Simeoni, Federico Nassivera. Il progetto ha indagato come i processi di selezione varietale e di trasformazione della mela possano influire sulla bioaccessibilità e biodisponibilità dei composti bioattivi in essa presenti e, dunque, sul loro ruolo nell’organismo». «Con un approccio inter-multidisciplinare – spiega Nicoli – si è voluto comprendere se l’azione biologica dei composti bioattivi della mela dipenda dalle modalità di consumo di questo frutto, ad esempio se la mela viene consumata allo stato fresco oppure in forma di derivato. «Lo studio è stato integrato – aggiunge Nicoli – da un focus sulla normativa degli alimenti per la salute e un’analisi delle problematiche connesse all’introduzione sul mercato di alimenti funzionali, ottenuti anche da scarti della lavorazione delle mele. Questi sottoprodotti, infatti, in virtù del loro elevato valore biologico, possono trovare un interessante impiego nella produzione di integratori alimentari e di alimenti». Contestualmente sono stati studiati i linguaggi connessi al consumo e uso, anche simbolico, di questo frutto.

Il progetto su “Intelligenza artificiale-robotica” sarà introdotto dal coordinatore, Agostino Dovier, e illustrato nelle sue componenti da Federico Costantini e Lorenzo Scalera. La ricerca ha avuto come ruolo centrale lo studio della robotica collaborativa, ove diversi robot interagiscono tra loro e, in maniera controllata e sicura, anche con gli esseri umani per raggiungere determinati scopi. La possibilità di interazione genera nuove sfide per la ricerca in ambito interdisciplinare. «Dal punto di vista del ragionamento automatico – spiega Dovier – si tratta di utilizzare, definire e realizzare linguaggi che permettano di codificare i problemi ed elaborare delle sequenze di azioni per i vari robot, i quali a loro volta possono dover fare scelte autonome. I robot in ambiente misto devono essere in grado di evitare collisioni tra loro o con gli umani: si tratta di elaborare e modificare in tempo reale delle traiettorie di movimento sulla base dell’analisi dei dati di sensori audio e video». I robot possono venire a contatto con dati sensibili (ad esempio i robot endoscopici in medicina) e possono dover prendere delle decisioni che impattano sull’ambiente circostante. Subentrano quindi anche importanti aspetti filosofici, etici e legali. «Il progetto – sottolinea Dovier – ha permesso di attrezzare un laboratorio presso il Lab Village dell’Università di Udine con alcuni robot collaborativi e relative periferiche nel quale si sono svolte già diverse tesi di laurea dei dipartimenti di scienze matematiche, informatiche e fisiche e del Dipartimento politecnico di ingegneria e architettura». Ha permesso anche di iniziare una collaborazione interdipartimentale e interdisciplinare che coinvolge docenti dei dipartimenti di Scienze giuridiche e di Studi umanistici e del patrimonio culturale. «Il tessuto industriale italiano e, in particolare, quello del Friuli Venezia Giulia, caratterizzati da una forte vocazione manifatturiera e da una percentuale maggioritaria di piccole e medie imprese – nota Dovier –, può trarre, nell'impiego di robot collaborativi, un modo per potenziare capacità produttiva e flessibilità, senza rinunciare alle competenze e all'esperienza del personale impiegato».

«Interdisciplinarità, complementarietà delle competenze scientifiche, attenzione alle esigenze del territorio, del tessuto economico e produttivo e della società più in generale. Sono le caratteristiche essenziali di questi tre innovativi progetti – ha detto il rettore, Roberto Pinton – sui quali lavorano valenti studiosi del nostro Ateneo, grazie anche al fondamentale sostegno della Fondazione Friuli. La rete collaborativa che si è creata fra discipline diverse del sapere, patrimonio dell’Università di Udine – mediche, umanistiche, giuridiche, sociali, economiche, scientifiche e tecnologiche – è un esempio virtuoso di come le sinergie nella ricerca possano promuovere l’ampliamento delle conoscenze su tematiche complesse e consentirne una feconda divulgazione a beneficio dell’intera società».

«La complessità e l’interconnessione – sottolinea il direttore della Fondazione Friuli, Luciano Nonis – sono ormai diventate cifra peculiare della nostra civiltà e richiedono un diverso approccio che accompagni alla elevata specializzazione uno sguardo più allargato che sappia affrontare i problemi da ogni lato. Questi tre progetti, sostenuti dalla Fondazione nell’ambito dell’accordo con il quale anno per anno vengono congiuntamente individuate le aree di intervento, ne sono la concreta realizzazione e confermano la flessibilità dell’Ateneo e sua la capacità di intercettare le esigenze di un territorio nei confronti del quale l’Università sta consolidando il suo ruolo di asset fondamentale per lo sviluppo».

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